Vademecum dell’aiuto psicologico

Vademecum dell’aiuto psicologico

PER CHI VUOLE IMPARARE AD USARE TECNICHE

di

COMUNICAZIONE PSICOLOGICA EFFICACE

 

PARTE I

Chiunque si può trovare nella condizione di sentire che una persona vicina è in difficoltà e di volerla aiutare. Le modalità che spontaneamente ognuno mette in campo in questo caso sono molteplici e riferite alle esperienze personali che hanno contribuito a formare il carattere della persona.

Normalmente quando si parla di aiuto si tende a pensare a qualcosa di pratico, di concreto come dare consigli, suggerimenti: “io al tuo posto farei questo o quello: perle di saggezza che aspettavamo da  tanto di poter elargire!”

LA PRIMA FORMA di  AIUTO  PSICOLOGICO  invece è l’ASCOLTO: ci si ferma e ci si sintonizza con la persona che sta parlando del suo problema. Sintonizzarsi con l’altro implica un utilizzo della propria sensibilità, un immedesimarsi nelle problematiche altrui entrando in contatto, chiedendo ed interessandosi autenticamente: questo è l’ASCOLTO ATTIVO .

L’ascolto attivo è una delle forme di aiuto più potente perché consente all’altro di sentirsi capito, compreso senza giudizio in una accettazione incondizionata. Essere capiti, non giudicati ed accettati incondizionatamente rappresenta uno dei bisogni psicologici fondamentali di ognuno,  partendo dall’infanzia, periodo questo in cui tale aspetto risulta fondamentale. Per un bambino sentire che i genitori prima di tutto, ma anche insegnati ed altre figure di riferimento come parenti o amici lo ascoltano e lo capiscono costituisce la base per la costruzione di una buona autostima e quindi di una buona integrazione sociale.

Chi viene ascoltato in questo modo sarà maggiormente capace di trovare delle soluzioni individuali ai propri problemi. Chi prova a mettere in pratica l’ascolto attivo deve essere necessariamente empatico.

EMPATIA significa letteralmente “sentire insieme”, sentire dentro di se quello che prova l’altra persona; questa capacità si può affinare, migliorare, ma non acquisire a tavolino. L’essere empatici dipende da quanto nostra madre a sua volta per prima si è immedesimata in noi ed è stata in grado empaticamente di soddisfare tutti i nostri bisogni primari senza crearci una frustrazione eccessiva: ogni madre sufficientemente buona -diceva Donald Winnicott-  è in grado di sapere quello di cui il suo bambino ha necessità: sa se  piange per fame o per sonno e risponderà non lasciandolo troppo in balia del suo pianto!

Quindi se prima la madre e l’ambiente affettivo e sociale poi,  avranno sommariamente soddisfatto empaticamente tutti i  bisogni primari, la persona potrà mettersi prima in contatto consapevolmente con ciò che sente dentro di SE  e conseguentemente sarà in grado di connettersi empaticamente agli altri!

 

 

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